Scopriamo assieme gli EVSE (Electric Vehicle Supply Equipment)

Chi ha un’auto elettrica o almeno ibrida, purché sia “Plugin” (ovvero ricaricabile dall’esterno) o si sia comunque interessato all’argomento, ne avrà già sentito parlare. Detti anche Wall Box, EV Chargers, Colonnine di Ricarica o, volgarmente, “caricabatterie”, si tratta degli EVSE, acronimo di Electric Vehicle Supply Equipment. La seconda “E”, che sta per equipment, esprime al meglio il senso di questo misterioso EVSE, perché in realtà si tratta di un dispositivo che fa un po’ di tutto, tranne quel che ci si aspetterebbe, ovvero gestire la corrente di ricarica come farebbe un normale caricabatterie; questo, perché in realtà tale azione è svolta dall’elettronica del veicolo.

Ciò detto, a cosa serve l’EVSE, Electric Vehicle Supply Equipment? In effetti la domanda sorge spontanea. La risposta è molto più ricca e articolata di quanto non sembri.

LA STORIA

Da quando esistono le prime auto elettriche ci si è posti il problema di rendere sicura la manovra di ricarica del mezzo. In pratica, gli stessi criteri e normative adottate per le pistole delle pompe di benzina dovevano inevitabilmente diventare il complemento analogo nella versione elettrica.

Ecco quindi che il “nostro marchingegno” è chiamato ad eseguire una lunga lista di azioni di controllo e verifica prima di consentire l’avvio dell’operazione di ricarica, in modo da scongiurare i possibili rischi che l’azione comporta.

LA SICUREZZA PRIMA DI TUTTO

Come sappiamo, acqua ed elettricità vanno poco d’accordo, ma l’auto deve garantire l’utilizzabilità anche sotto la pioggia e l’operazione di ricarica non fa eccezione. Ma l’auto è anche abbandonata all’aperto, alla mercé di eventuali vandali o semplicemente ragazzini in vena di dispetti, quindi sono previsti dei sistemi di blocco dello sgancio dei connettori e un’idonea robustezza del cavo. Inoltre una macchina è una massa metallica che, se non è correttamente tenuta a potenziale di terra, può diventare una trappola mortale per chiunque la tocchi.

Poi c’è la questione delle alte correnti in gioco, che sviluppano facilmente calore quando la conduttività dei contatti non fosse più ottimale, quindi necessità di protezione da surriscaldamento e/o fuoco; è quindi necessario monitorare la temperatura dei connettori, sia lato EVSE, sia lato veicolo.

Insomma, il sistema è pensato per essere sicuro. Molto, sicuro.

I CAVI

I cablaggi sono elettricamente sovradimensionati, ossia le loro sezioni sono pensate per un uso continuativo e costante alla massima corrente nominale, aggiungendo un margine di sicurezza, mentre i trefoli di rame sono sempre intestati con capicorda per evitare che le viti di serraggio del connettore possano danneggiarli.

Ma i cavi stessi sono anche rinforzati, con una corazza che ne rende praticamente impossibile il taglio con attrezzi comuni (coltelli, forbici, ecc…) e persino capaci di resistere anche se vengono schiacciati da una ruota di un camion. E di solito sono resi anche ben visibili (hanno un bel colore fluorescente verde, giallo o arancio) anche per evitare di schiacciarli.

LO STANDARD SUI CONNETTORI TIPO1 E TIPO2

A parte la scontata qualità del contatto elettrico e la bassa resistenza ohmica che un connettore del genere deve garantire, la seconda sfida che tale elemento deve affrontare è l’impermeabilità. Sebbene esistano già degli standard industriali, il problema del connettore impermeabile fu forse il primo da superare da parte dei primi produttori di veicoli elettrici.

Dopo un po’ di confusione iniziale dove ognuno andava per la propria strada, possiamo dire che, ad oggi, esistono sostanzialmente due tipi di connettori standard universalmente riconosciuti a livello mondiale, uno più diffuso in USA e Giappone (sostenuto da General Motors e Nissan), chiamato Tipo 1 (Fig. 1) e l’altro, il Tipo 2 (Fig. 2) più familiare alle case automobilistiche europee quali Renault, Audi, Volkswagen.

Figura 1

Figura 2

La differenza fra i due, almeno parlando di aspetto e forma, è che il primo, il Tipo 1, SAE J1772, somiglia ad una “pistola spaziale” e possiede un evidente meccanismo di aggancio che serve a scongiurare l’eventualità che si possa sfilare accidentalmente dalla sua sede. Ha un ‘grilletto’ che aziona uno switch (poi vedremo a cosa serve) e possiede tre contatti (pin) principali, disposti a 120° fra loro, più altri due pin di ‘controllo’ più piccoli. Ne esiste anche una versione ‘estesa’ che ha, in aggiunta, un altro paio di pin di potenza, dedicati all’alimentazione in alta tensione DC (vedremo più avanti il Level 3).

ATTENZIONE: quello che hai appena letto è un estratto dell'articolo. Per continuare la lettura registrati oppure effettua l'accesso.

Post correlati

One Thought to “Scopriamo assieme gli EVSE (Electric Vehicle Supply Equipment)”

  1. FAUSTO VISENTIN

    a quando un progetto su elettronica in di una wall box fai da te magari biderizionale ???
    grazie

Commenta questo articolo